La mattina della domenica
mi alzo tardi. Faccio colazione
ascoltando radio classique,
amo sentir parlare in francese.
Preparo pasta per la pizza
a volte per il pane:
metto una ciotola pirex
sulla bilancia digitale,
faccio la tara,
quindi 500 grammi di farina
Manitoba o Kamut,
una busta di lievito il Fornaio,
sale e zucchero nella quantità
che ormai ho in testa,
apro il rubinetto dell’acqua calda,
metto sotto la ciotola
nei tempi che ho in testa,
vado sull’asse da impastare,
(che fa parte del ripiano
della nostra cucina)
giro l’impasto nella ciotola
con un cucchiaio di legno,
poi lo verso sull’asse
e impasto con energia
a volte con furore,
dipende dalla settimana lavorativa
che ho trascorso.
Faccio una palla come quella di Apelle
che tra l’altro era anche lui pittore,
poi la copro con un canovaccio
che non è la trama scritta
d’un’opera drammatica,
ma potrebbe esserlo...
in questo caso trattasi
d’ un semplice asciuga piatti.
Totale dei minuti impiegati: sette.
E la lascio lì, la pasta, a lievitare,
a pensare al suo destino,
fino alla sera che nella teglia la stendo.
E questa, secondo te, è una poesia?
No, no, è una pizza!