Il Cacciavite Edizioni
Al vento di Mistral…
Ciao, sono Nunzia Busi, sono nata a Dossena (BG) nel 1957 dove mia madre era allora ostetrica comunale.
I miei genitori sono di Piadena , paese messo lì fra Cremona, Mantova e Parma e questo è davvero importante perché il sangue che scorre nelle mie vene odora moltissimo di campagna ed ha un accento non proprio bergamasco .
Vivo e lavoro a Zogno, media Valle Brembana. Scrivo e dipingo.
La mia casa editrice, “il Cacciavite Edizioni”, sta appesa fra i vari scaffali di utensileria, ferramenta, colorificio e varie , nel negozio dove da molti anni lavoro.
Proprio qui ho realizzato e pubblicato alcuni libretti .
Il titolo di quest’ultimo, “La poesia nel frullatore”,vuole dare alle mie “cosucce scritte” la dimensione di un semplice esercizio culinario e cerebrale : è un modo per frullare le tensioni quotidiane, amalgamando bene tutti gli ingredienti della vita.
Certo è, che come figlia di una levatrice, sento il bisogno di aiutare le mie profondità a venire alla luce e ad esprimersi per mezzo di parole e colori.
Così è.
Se vi pare.
Eccomi.
Sono di fronte al mare
osservo alti scogli in lontananza
il vento soffia sulla mia vita
ne dirada le nubi
ed appare una luce arancio e gialla,
schegge di colori freddi la feriscono
la mia anima è ricolma di tutto
e di tutti.
In solitudine
mi dipingo sulla tela
seguo le onde del mio mare
I colori si espandono
sono felice ed infelice
perché gli amanti
partecipano dell’eternità del cosmo
perché la luna splendida
non vigila sull’umanità.
Mentre la notte insegue sempre il dì
esisto in semplicità
desiderando
come molti
un incontro divino
che dia pace ai nostri giorni
Stare nella sera
assopiti
dentro la stanchezza
delle cose viste.
Stare bene
dentro la cucina
con le mattonelle gialline
nell’aria di sogno
fra la tendina sotto il lavandino
e quella a punta sul finestrino.
Stare bene qui con voi
e che m’importa
se ieri qualcuno
m’ha mandato a quel paese,
è bello quel paese
c’è profumo di miele
e di rugiada
e l’occhio si perde
in estesi prati all’orizzonte.
Io amo assolutamente la sera
telefonando a Noemi
che a fatica mi risponde
che sta bene
ma io lo so che non è vero
mi piace sentire la sua voce
che parla al mio cuore
così l’ascolto
e tengo fra le mani
le sue parole
le accarezzo
ma il prossimo pensiero
s’impone
portandomi oltre la stanza
oltre le luci della sera
in una dimensione altra,
alta
intensa di partecipazione
al destino di molti.
Un pezzetto della tua vita
avrei dovuto tenerlo per me
rubarlo
in quell’ultimo pomeriggio
ne avevi ancora un poco
di vita.
Avrei dovuto prenderlo per me
quel pezzetto piccolo
chiuderlo nella mia scatoletta
d’oro
come una lucciola in un vaso di vetro
avrei fatto dei buchini sul coperchio
in qualche modo avrei alimentato
la linguina di fuoco
della tua anima bella
mia stella.
Cerco uno scambio di pensiero
una finissima dolcezza
leggera
come velo, come piuma
una cosa da nulla.
Cerco,
chissà.
Anche per questo
ti scrivo.
Perché fra noi c’era
lo scambio di pensiero
la finissima dolcezza
leggera
come velo, come piuma
una cosa da nulla.
Cerco di nuovo.
Per ritrovarti
in un gufo o in un gatto
abitanti nel giardino
di una casa veneziana
quella con la facciata rosa
e le imposte verdi.
Sei là?
Il mio cuore
ha rallentato il battito.
Fra un tic tac e l’altro
entra ed esce il fiato dei sogni
colorato di giallo e arancio.
Mi sto svegliando e respiro piano,
perché la gioia sia leggera
e si depositi come fine sabbia
sulle dune della mia vita.
Osservo dalla finestra
il cielo d’un grigio metallico
ma i miei pensieri
già saltellano azzurri
nell’aria della domenica
che mi corre incontro sorridente.
Ecco giunger autunno
cavalcando giorni ambrati.
ecco la stagione mia bella
fra venti più freschi e pioggia sottile.
Oh autunno, bell’autunno
stendi il tuo prato di foglie
che io possa passare a piedi nudi
sul tuo tappeto prezioso
più prezioso del più bel tappeto
d’un artista di Persia,
fa che possa respirarne i colori
i rossi i gialli ed i marroni
distillando da te
le profumate essenze
cui tendono le laboriose api
che nascono e muoiono
nell’alveare del mio cuore.
Anche stendere il bucato
quello bianco mi piace
mutande magliette reggiseno calzini.
Anche stendere il bucato
col riverbero del sole fra le dita
che si muovono in gesti antichi
la mia mamma
la mai nonna e la bisnonna
e tutte le donne della terra
e della storia.
Anche stendere il bucato
mi dice che io sono
quello che altre già sono state
e che diverrò punto di ricordo
fra le mani delle mie figlie.
Cinquanta bacinelle ovali
da centimetri sessantacinque
una sull’altra
dicasi bagni ovali
azzurri e bianchi
come un vero monumento
alla modernità
di plastica.
Ed i figli dei miei pronipoti
lasceranno il pianeta
ed ancora
cinquanta bacinelle ovali
da centimetri sessantacinque
occuperanno il loro spazio sulla terra
come “ inclusioni d’ambra “
del terzo millennio.
Difficile sarà
includerli in femminili monili
realizzare così collane e orecchini.
Dura un attimo questo gesto
non è nulla
questo andare e venire
alzarsi chinarsi
salire scendere.
Dura un attimo
questo sputo di vita
cos’è se confrontato all’eternità
non è necessario
riportarlo sui libri di storia
è un esempio banale
anch’io come milioni di esseri
avrei voluto non ho fatto
comunque va bene lo stesso
in fin dei conti non era destino
nonostante tutto
innaffio ogni giorno la mia rosa
ma non sono un principe
e lo so per certo
che domani pioverà
Sei fra gli amici di montagna
anche se io di montagna
non son stata mai,
di pianura e sedentaria
non so camminare
passi lenti e seguenti.
Tu
eri la montagna
passi veloci e possenti.
Con limpida scrittura
affidavi alle pagine
di piccoli quaderni
i racconti di lieti giorni
a sciare scalare
salire e scendere
chilometri in bicicletta.
Le tue idee si stagliavano decise
con poche sfumature
ed in questo, nell’assoluto pensiero
strava il nostro punto d’incontro.
Ora
mentre tu percorri una via sconosciuta
sospesa fra alte pareti
riflette sul mio cuore
l’eco della tua risata
e sento parte della mia roccia
rotolare chissà dove
in fondo a un crepaccio.
Con lo zaino pesante
gli scarponi che fanno male
siamo rimasti indietro
e ci siamo persi,
ma una voce squillante è dentro di noi
e ci riporta in quota:
“là, là, seguite la luce
dài, non pensate
allargate la mente
e respirate la libertà.”
Riparatrice di ricordi
perché certi ricordi
cadono in terra,
si rompono.
Allora serve la colla
per rimetterli insieme
e deve
essere così
perché senza ricordi
cosa sarebbe la nostra vita
cosa sarebbe la mia vita
senza quel tempo di maggio
a Vernazza
o con la due cavalli in Camargue
o fra i mirti della Corsica
la mia vita non sarebbe
senza l’immagine di mio padre
che cena a capotavola
o di mia nonna alla finestra
vicino alla gabbia del canarino.
La mia vita non sarebbe
se non avessi sviluppato
questa capacità di riparare i ricordi
anche di quelli che non conosco
forse quella bambola
è stato un dono d’amore
e quel piatto
un’offerta di pace.
Per quale motivo
non dovrei scrivere di te
solitario e stupendo
vaso di verza ciclamino e lilla
dal cuore violaceo e verde
sopra un piccolo tronco marrone
dentro un vaso da vivaio nero?
Forse perché sei un cavolo
un cavolo di niente
se confrontato alla purpurea rosa
od al bianco giglio?
Eppure sei così immenso
sulla tomba del mio caro amico
anche lui lo ammirerebbe
non direbbe di certo che sei una cavolata
ed asciugherebbe queste lacrime
trasparenti e salate
Per comporre una bella poesia
che un’altra al mondo non vi sia
devi avere un frullatore
dal grande vaso di vetro
di quelli che servono per fare i frappè
mettervi dentro
la tua anima tagliata a dadini
qualche pezzettino di fegato
almeno il novantanovevirgolanovepercento
del tuo cuore
due chiodi di garofano
una spruzzatina di filosofia
aggiungervi padronanza della lingua
nonché conoscenza della metrica
attaccare la spina ma spegnere la luce
schiacciare l’interruttore
dei tuoi occhi ben aperti sul mondo
lanciare un grido primitivo
abbandonarti
riprenderti
travasare il tutto in un altro recipiente
lasciare decantare
una settimana
un mese
un anno
poi bere tutto d’un fiato
e ricominciare daccapo.
La
spatola
è romboidale
arrotondata in punta
piccola e d’acciaio:
un tempo il concetto
servì alla stessa cosa
modellare un vaso d’argilla
con una punta di selce.
La spatola ha del carattere.
Invece d’un anello d’oro
vorrei sempre con me
una piccola spatola così.
La osservo dove sta ora
in mezzo a pennelli sporchi
dentro un bicchiere da birra
bello anche lui, panciuto
sopra un fine piedestallo,
la spatola è lucida e brilla
attende un colore ad olio
lacca di garanza chiaro.
Le piacerà?
Non saprei dire da dove viene
questo pezzo di cielo
che mi sono ritrovata in tasca.
(Mi chiedono come mai
tengo la mano destra infilata nella giacca)
…stringo il mio pezzo di cielo…
Mi servirà stasera
per dipingere un acquarello
è proprio lì infatti
che intingerò il mio pennello.
Sono coricata in questo magnifico letto
leggo Jules Vernes a Federico
gli dico:
“pensa se avessimo una casa di cartone
con le coperte di giornali…
lui mi risponde
che d’inverno sarebbe un disastro
ma d’estate potrebbe anche andare.
Ora si è già addormentato.
Io ripenso alla mia giornata.
Le margherite gialle sul balcone
sfidano le ombre della notte
dopo aver cantato per l’intero giorno
canzoni di sole
che il traffico ha ingoiato.
domani non mi alzerò
mi aspetteranno mi aspetteranno
ma io non giungerò
attenderò altra notte leggendo
non rispondendo al telefono
farò finta d’essere morta.
Oh filo di ferro
cotto e nero numero undici
che servi a legare strette
certe fascine di legna
che arderanno nel gelido inverno!
Oh filo di ferro
oggetto da nulla per i più
ma così importante
per i Papèt i Munsì i Rusì
ed anche per me
che attraverso di te
ho conosciuto donne ed uomini veri
percorrendo ogni volta
diversi sentieri.
Oh filo di ferro, tu c’eri
quando stretto han legato
i miei larghi pensieri.
Che idea imbrigliare in una rete
un corpo con così tanta sete!
Eppure
nonostante l’annullamento
dello style liberty
con la costruzione di cemento
armato
e nonostante l’asfalto
nero
i marciapiedi
grigi
le auto
multicolore
i camion
rossi
e le frenate
stridule
sotto il semaforo
arancio
ecco
c’è un angolo detto Cornella
che si vede da dietro il banco
se guardi un po’ sulla destra
in alto attaccato al cielo
si vede
c’è
ed è là per me:
alcune vecchie case ricolorate
bianco giallo rosso rosa
dove volo
con il mio sguardo mongolfiera
che s’alza in cielo gonfio di gas
ascende alle nuvole bianche
sparpagliate qua e là
è il pallone del mio cuore
il mio cuore nel pallone
che si offre all’aria
e vola via
meravigliosamente partecipe
del fiato del mondo.
Giù le mani dai groppini del venti!
Sono chiodini fini
sembrano spillini
ma non vanno bene
per far l’orlo alle sottane.
Servono ai falegnami
e sono serviti a qualcuno
perché ne ho quattro o cinque
piantati nel ventricolo sinistro.
cristo, dovrei farmi operare!
Il sangue
circolerebbe meglio nelle idee,
il cielo mi sorriderebbe di più
e sparirebbero certe punte di rancore.
Accidenti ai groppini del venti
ti consiglio, quando stai lavorando
di non metterli fra i denti!
Lavoro sodo
a questo scientifico affare
d’avvitare
dadi zincati a viti zincate
allineate sopra grigi scaffali.
Con precisione si muovono le mani
pollice con indice sfiorandosi
s-vitano av-vitano
fino a che al rumore del metallo
che cade nella scatola di plastica
non si sovrappone il coraggioso urlo
d’una poetica intuizione:
e se fosse solo una questione di
s-vitamento e riav-vitamento
se il mondo si riuscisse
a far girare al contrario?
Allora la tensione
…
la tenzone sarebbe
fra chi dona di più
chi di più perdona
chi s’impegna di più
chi di più rinuncia
al sé per un bene comune
ed umile fra gli umili
le viti conta e riconta
conta la vita di ognuno
perché ogni vita conta.
Ad ognuno il proprio cacciavite
svitiamo il mondo!
Se il cuore si potesse
proprio stanotte
estrarre dalla sua sede
toglierlo da lì
lavarlo sotto il rubinetto
ripulirlo bene
da certe cupe incrostazioni
del viver quotidiano
lasciarlo avvolto per un po’
nel tuo asciugamano
umido d’amore, tesoro,
rimetterlo poi al suo posto
vivificato da ottimismo puro
per noi e per il mondo intero
ah se fosse possibile!
Finalmente
riuscirei a prendere sonno.
Le chiavi, come le reti,
limitano la mia visione del mondo.
Chiudere
circondare
delimitare
catenacci
serrature
lucchetti
chiavistelli
mappe
doppie mappe.
Ah
non ce la farò mai,
sento che non vivrò a lungo
con queste idee
dei confini sconfinati
dei rubinetti aperti
delle porte spalancate
dei vasetti senza tappo
delle pentole senza coperchi
dei medici senza frontiere!
Ah
che faticosi compromessi,
mi par di diventar matta
quasi come se vivessi
in una scatola di latta.
Il piccolo lucchetto
per chiudere una valigia
non lo metto insieme agli altri.
Lui non è una chiusura
bensì un’apertura:
chissà dove andranno
questi due innamorati
lavati e stirati
spero non a Sharm El Scheik
ma in Toscana o in Umbria
in Sicilia o in Sardegna.
Vorrei fermarli un pochino
a chiacchierare un tantino.
Li vedo bene a spasso per L’Italia
prima al mare poi in collina
e la sera in una pensioncina
a baciarsi fino a mattina.
Ebbene
tutto questo inutile scrivere
senza menzionare le guarnizioni
delle caffettiere
dei rubinetti
dei tappi
degli attacchini
dei ferri da stiro
delle lavatrici
e dei cervelli a tenuta stagna.
In questo momento
di là dal banco c’è un tipo
a cui sto parlando,
mi piacerebbe
scoperchiargli la calotta
così per curiosità,
toccare qui toccare là
capire com’ è fatto…
non toglierei nulla…
una certa apertura mentale
di certo consiglierei
il padiglione auricolare
amplificherei…
…ma proprio non si può fare,
ciascuno ha la propria
guarnizione cerebrale!
Se Gesù entrasse in bottega
e mi chiedesse una tenaglia
per togliersi i chiodi di dosso
io lo capirei
e in qualche modo lo aiuterei
i buchi dei chiodi gli stuccherei
io lo medicherei
Gesù Gesù non farlo mai più
di farti mettere in croce
per un’umanità siffatta
se lo fai un’altra volta
sarà solo per i bambini
quelli piccolini
che non hanno ancora
guardato la tv,
mio caro e buon Gesù
ti ho nominato invano
lo stesso prendici per mano.
Quadratino di cioccolato fondente
il meglio del cibo esistente
fonte di dolcezza e bontà
grande piccola felicità,
cacao che più nero non si può
sei troppo unico per me
sei come una madeleine intinta nel tè.
Ecco infatti risalire i ricordi
i nonni, gli zii, il Vho
il budino bianco e nero
della mia infanzia un piacere vero.
Che non si può vivere di nostalgia, mi dite?
E perché no?
Do fastidio a qualcuno,
qualcuno mi cerca, mi vuole, mi sente?
E’ merito anche del cioccolato fondente
se sto molto tempo in mezzo alla gente!
Ho fra le mani dei limoni
con le foglie verde sole
quasi che la scorza del frutto
abbia riversato in loro
un po’ del proprio giallo.
Nell’aria il profumo è intenso
ed io
ricordando un dipinto
poco conosciuto di Monet
penso alla Francia
al cielo al sole al mare
al vento di Mistral
ai bambini alla vita
all’amore
a te.
Perché è il giallo dei limoni
la ricchezza degli amanti
dei pittori e dei poeti
lo dice bene Montale che guardandoli
ne sente la musica d’oro della solarità
lo dico anch’io
che ammirando i limoni nelle mie mani
sento che sei tu, tesoro
la gialla sorgente della mia felicità.
Mi sdraio sulla sdraio
sdraiata sul piazzale
bagnasciuga della statale 470
dopo il semaforo a destra
mi diverto ad osservare la gente
corre grida si arrabbia
non so perché dato che
il cielo è ormai estivo
e qualcuno ha progettato
un metrò di superficie
per portare e riportare
studenti e pendolari
sogniamo insieme
una nouvelle belle epoque
come se fosse un tappeto
arrotoliamo il cemento
ci penseremo poi al fatto che
nessuno rinuncerà all’automobile
anche se regaleranno biciclette
e nessuno rinuncerà alla televisione
anche se regaleranno libri
si può vivere pensando d’essere eterni
eternamente ridicoli
in questo chiasso animale
l’uno verso l’altro
con questo ego troppo ista
dovévano pensarci allora
almeno cinquant’anni fa
narcisisti poco lungimiranti
eccoci qua
fata Turchina, fata Turchina
ci vuol solo la tua bacchettina
lo penso ogni mattina
attraversando la Statale
in fila come Pinocchi
per colpa dei pidocchi.
Questi simpatici gancetti
attendono d’agganciare qualcosa…
un asciuga piatti, un quadro,
un accappatoio, un calendario
una luna, una stella.
Sono dei ganci in metallo
dalle forme diverse
che attendono d’essere incollati
ad una parete, ad un armadio
ad un’esistenza,
per condividere la loro idea di gancio
con quella di qualcosa d’altro agganciato.
Io mi sto proponendo
d’agganciarci un paesaggio
fra la salvia ed il timo,
i campi di lavanda all’orizzonte,
le due torri colombaie
e qui tutta una siepe di rosmarino
per condividere con l’amor mio
il resto del tempo
che per noi avrà disposto Dio.
Qui in ferramenta
s’ascolta radio tre
Pirandello visto da vicino
appena dietro la rete
dove fa una conferenza redditizia
ad attoniti stupefatti clienti
e spero che fra poco
entri Marta Abba
ad acquistare un acquarello.
Qui in ferramenta
uno nessuno centomila
è entrato un giorno
un uomo dal fiore in bocca
bello, d’una bellezza interiore
buono, d’una bontà reale
s’è offerto di sostituirmi al banco
domani, per l’intera giornata
perché io possa dedicarmi appieno
a questa cosa della scrittura.
(Che sia il fu Mattia Pascal,
lui, proprio qui?).
Rischiando
l’ho baciato sulle labbra.
A domani, a domani
mio gigante della montagna!
Mi sveglio una notte
pensando a certi sacchetti
d’un aspirapolvere noto
nello scaffale zeppo ricolmo
non c’è verso di trovarli
potrei procurarli
domani dopodomani giovedì
sì per giovedì, giorno dei matti
il mio giorno libero cade qui
ogni settimana
non sto a dirvi in che paese son nata
è un luogo bello è nel sole chissà
mi sveglio la notte
per certe assurde stupidaggini
vivo il mio tempo commerciale
proprio nulla di speciale
è come pensare al Cielo
come fare una scoperta
come scrivere un libro
come coltivare un ideale
infine
è come immagazzinare polvere
dentro un sacchetto di carta
e buttarlo poi nella stufa accesa
continuando come molti
questa vita di coraggio
senza resa.
Avete visto
una delle mie pazienze?
Era la più bellina
decorata a mano, un po’ doratina
non la toglievo neppure
per far la doccia la mattina.
Metto un premio sulla mia pazientina
se la trovate avrete in cambio
una dipinta cassetta
dove riporre ogni vostra rabbietta.
Gratis tutte le lampadine della bottega
per illuminare
mettere in luce
evidenziare
sottolineare
costringere a vedere.
Gratis tutte le scope della bottega
per ripulire
fare spazio
spolverare
togliere.
Ronza la mosca,
la credevo più intelligente
s’è posata proprio qui sul mio libro
ed io… tac
ho chiuso la pagina
e l’ho incorporata nel romanzo
proprio in quella scena in cui lei gli dice
“gratis, ti ho voluto bene gratis”
e lui la prende fra le braccia…
( che scenetta da Dittero )
attento, proprio lì sul rossetto…
spiccicato sta l’insetto!
Il cliente in questo caso
è una cliente.
Entra volando
ci costringe a capire
che ha personalità
passa innanzi a tutti
con un tono di voce alto,
fa capire chi è lei.
Ma chi è lei?
Vuole del silicone?
Una vernice?
Un bullone?
Protagonista sarà
del mio prossimo racconto
un dado autobloccante del sedici
che per caso, per puro caso
le è finito in gola
causandole una tosse stizzosa.
Vuole un bicchierino di qualcosa
acquaragia, diluente, gazzosa?
Vorrà perdonarci il Cielo
se stiamo qui
dentro la sera
allungati sul divano
leggendo Stendhal.
Vorrà anche perdonarci
questi dipinti alle pareti
i colori astratti
le scene di vita ottocentesche
la pasta del pane che lievita
il profumo del pesto
ed il piccolo ulivo nel vaso
splendido nel suo sorriso
che guarda al di là
della finestra blu.
Ci perdonerà, suvvia,
questo nostro semplice mondo
il nostro bimbo piccolo
che si addormenta nel lettone
e le nostre ragazze innamorate
che non vengono mai a casa.
Vorrà perdonarci…
e se non vorrà
la nostra vera vita
è comunque tutta qua.
