Il Cacciavite Edizioni

Una settimana a New York

(smArt Opificina Pittorica)

Nunzia Busi

 

Quindi?

Una settimana a New York? E vuoi sapere perché?

Ma sì, per vedere l’esposizione dei miei dipinti in una delle centinaia di Gallerie di Manhattan. Davvero? Sì, davvero, davvero… Un’illusione condita di realtà. Cioè, scusa, ancora quella storia che trascini da anni, di cambiar vita, di andare a stare altrove, di scordarti del lavoro che fai eccetera, eccetera? Allora sei malata! Dopo appena trentacinque anni, ancora questa tiritera infantile? O poveri noi…

Quindi hai approfittato per fare un viaggio con Giò e Federico…e li avresti fatti tornare da soli? Ma dai?  Vivere a New York! Tu! Non farmi ridere!

Va bene, sei ritornata, hai degli impegni ancora e sempre e da sempre con la tua famiglia d’origine e con le banche, anzi non avresti mai creduto che le tue palle…ai piedi… si sarebbero strette ancora di più, incatenate ad una crisi di cui non si vede la fine… ma dai, dai, lavorare bisogna nella vita, dovevi pensarci prima e sceglierti un’occupazione diversa.

Non so, per esempio fare il Medico Senza Frontiere, imparare tre o quattro lingue, girare il mondo dando una mano a quelle persone che la nostra civiltà progredita mantiene in miseria e malattia per avere poi la soddisfazione di organizzare meeting sulla fame nel mondo ed esposizioni universali intitolate “nutrire il pianeta”… allora sì che avresti capito qualcosa di più della vita che “indossi” e finiamola, batti sempre lo stesso chiodo trentennale!

Ma poi, al punto in cui sei, è importante?

Non sei un’artista tu? Non voli alto tu?

Sì, sì, infatti per volare a New York tredicimila metri di quota con quei bravi ragazzi degli Emirates, così pieni di tutto e apparentemente soddisfatti, avanti e indietro dagli States con le loro belle hostess in divisa beige e rosso con tanto di cappellino e velo che scende ai lati del viso; davvero affascinanti queste donne dagli occhi come nere perle ed i capelli come piume di falchi, uccelli che i loro uomini adorano tenere sul proprio polso come un prezioso Rolex.

Sì, sì, tredicimila metri, andando, tornando e sperando di ritornare, perché in fin dei conti, questo viaggio, non è stata che una toccata e fuga. Le nostre figlie avrebbero voluto accompagnarci, eccome se avrebbero voluto, i giovani adorano New York.

Ci saranno altre occasioni perché… io dipingerò… e loro  eventualmente seguiranno le pubbliche relazioni, viaggi a New York compresi, mentre io me ne andrò  in Provenza… ahahah… con Giò ed i nipoti, se vorranno venire, ma sì che lo vorranno…sole, mare, tranquillità, pittura, letteratura, grandi dormite, sognando, ancora e sempre finché morte non ci separi.

Quindi, riprendendo il discorso, il ventinove marzo alle ore diciannove siamo ufficialmente entrati negli States con tanto d’impronte digitali delle dieci dita delle mani, con particolare attenzione ai pollici e con foto segnaletica accompagnata da un questionario in cui dichiariamo che non siamo assolutamente terroristi, almeno nel senso letterale della parola. No, davvero, non siamo terroristi.

Eccoci all’aeroporto John Kennedy, belle le sculture in bassorilievo che raccontano la storia della più grande metropoli del mondo, ma, occhio, guarda dove vai, c’è da ritirare i bagagli oppure sei già confusa e sperduta fra gli otto milioni di abitanti newyorkesi? Federico è attento, ecco i nostri trolley azzurri metallizzati ed il suo mini trolley bianco, ereditato da Cecilia dove in un angolo c’è ancora la scritta Valencia 2010. Usciamo dall’aeroporto, piove. Cerchiamo il bus navetta che ci deve portare all’hotel dove pernotteremo questa prima notte.

 


 

Arriva sparato il bus con ben stampato il nome della nostra destinazione.

 

L’autista è un tosto super arrabbiato uomo di colore che butta i nostri bagagli dietro e ci fa salire insieme ad altri cinque passeggeri. Guida veloce, fa le curve veloci e tiene la musica altissima. Arriviamo. Scendiamo, ma lui ci apostrofa maleducatamente con un americano incomprensibile… dobbiamo scendere alla prossima! Ok, ok… E così ci scarica, alla prossima, noi ed i bagagli. Io gli dico thank-you very much! Ma lui se ne va brontolando e mi è già chiaro che le incazzature sono uguali anche da questa parte del mondo e suona uguale in tutte le lingue la brutta parola ca…volacci.

In albergo ci accoglie una ragazza portoricana, dico io portoricana, ma poteva essere messicana o in genere sudamericana; ci dà la tessera per entrare in camera, quarto piano, stanza 408.

Ambiente sobrio, due letti matrimoniali, mobili color marrone scuro che mi ricordano subito la stanza del Ressac in Corsica, ma si sa le stanze d’albergo sono un po’ tutte uguali, sta di fatto che sei a New York, potresti lasciar perdere per un po’ i tuoi luoghi dell’anima? So bene che è come con le persone… ne incontri tante, ma solo alcune occupano il tuo cuore e non puoi fare a meno di pensare a loro mentre osservi gli occhi o la bocca o i capelli dell’altra con cui stai parlando.

Siamo alla nostra prima notte a New York! Ci infiliamo sotto lenzuola “amaracane”!

D’accordo, potrei prendere sonno ripercorrendo le tappe del viaggio, ma non so rinunciare a leggere a letto, prima di addormentarmi. Ho un libro di Conrad, “Cuore di tenebra”, ma dai, è un caso?

Comincio a leggere la biografia di questo scrittore di fine ottocento. Mi rende così felice leggere, coccolarmi con delle belle frasi, scritte bene, pensare che chi ha scritto quelle pagine era un umano in carne ed ossa ed ora è cenere, ma ciò che ha inventato può far rinascere in me le emozioni che lui ha provato scrivendo.

Conrad è un marinaio ed è vero che viaggiare ti porta a scrivere storie, se uno ha un po’ di talento e voglia di comunicare.

A dire il vero Conrad aveva voglia di guadagnare, infatti è considerato uno scrittore commerciale, ma, dico io, potrà uno pretendere che lo lascino in pace a scrivere e per far questo qualche rendita la dovrà pur avere! Il protagonista del libro è Marlow, personaggio ricorrente nei romanzi conradiani, sullo sfondo del Congo Belga e dello sfruttamento colonialista.

Conrad si chiamava in realtà Jozef Tedor Konrad Korzeniowski; il suo nome è scelto  dal padre Apollo, poeta e drammaturgo, perché eroe di uno scrittore romantico certo Mickiewicz.

Conosci? No.

La famiglia si trasferisce presto dall’Ucraina polacca a Varsavia.

A  tredici anni è già orfano di entrambi i genitori.

 


 

Viene allevato da un zio ed intraprende la carriera di marinaio e sai dove comincia la sua avventura? A Marsiglia, sì, nel porto di Marsiglia, ma non diventa uno scrittore di lingua francese perché dopo quattro anni va in Inghilterra ed è lì che riesce ad ottenere anche la patente di capitano di lungo corso.Viaggia viaggia viaggia. Scrive scrive scrive. Ed è facile da capire, senza televisione, senza computer e cellulari, lunghe sere e lunghissime notti, scrivere leggere, leggere scrivere. Ottiene il passaporto britannico e diventa Joseph Conrad …

 

Sì, va be, ho capito, ma dobbiamo parlare di Conrad o  di New York?

Allora io vorrei parlare di Bruce Chatwin.

Sì, sì! Di tutto, parliamo di tutto, ma ora dormiamo. Mi addormento pensando a questi scrittori di viaggio. Anche Jules Verne… ricordi Federico quanti libri ti ho letto di questo armatore di Nantes? E pensare che di lui si ricordano solo tre o quattro titoli, ma più di ottanta romanzi ha avuto la bontà di scrivere il caro Jules, molto amato come scrittore, ma parecchio sfortunato come uomo. E Salgari allora, che viaggiava solo con la fantasia, non è più comodo, senza bagagli, check-in, prenotazioni?  Del resto come faccio io, mi piace leggere le guide, Roma, Dublino, Atene ed Isole Greche, Egitto, Parigi, Canada…

 

Alzandoci l’indomani, prendiamo coscienza d’essere a New York osservando dalla finestra uno sterminato parcheggio di Scuolabus giallo taxi. In effetti è domenica e le scuole anche qui sono chiuse. E’ l’una e trenta al mio orologio italiano Perseo. Conosci no, Perseo? Era l’orologio dei ferrovieri, di mio nonno Leonardo.

“ Nonno Nardo- vedi- sono in America alle ore sette e trenta del trenta marzo duemilaquattordici! “

Scendiamo al primo piano per la colazione selfservice. Accanto a noi, due signore anzianotte si sono preparate delle specie di crèpes oltre a succhi di frutta, toast, cereali, frutta, forse latte e caffè. Noi andiamo via lisci con caffèlatte e cereali mentre Federico fa la solita zuppa di Nesquik; la sua incredibile mamma lo ha infilato in valigia, il Nesquik, giusto per non smentire il mito delle madri italiane con scarrafoni al seguito.

Arriva altra gente, una famiglia asiatica, giapponesi pensiamo noi occidentali europei italiani, ma le razze a New York non contano un bel niente, come avrò modo di constatare in varie occasioni.

Ci alziamo e passiamo dalla hall per chiedere se c’è un bus navetta che ci può portare alla prima fermata subway. Arriva un tipo con una grande auto nera, tipo taxi drive anni Settanta, sudamericano… chissà perché di ogni persona che incontro devo identificare il paese d’origine, fa certo parte della mia cultura provinciale, ma del resto mi stuzzica questa attività di People Watching. Già quando vado a Marsiglia sono sempre sorpresa dalla quantità di visi interessanti che incontro, figuriamoci a New York!

Paghiamo al taxista 15 dollari e ci inoltriamo nella rete della metropolitana dopo aver preso un biglietto settimanale di trenta dollari ad una delle macchinette distributrici che, troppo gentile, mi fa l’onore di accettare il mio Bancomat. La fermata si chiama Jamaica, gran bel nome, affascinante, caldo e profumato. Attraversiamo i Queens e qui la metro corre in superficie: il paesaggio è da periferia americana, con case uguali molto vicine fra loro e tutte con il giardino. Un campetto da calcio, ragazzini in bicicletta.

 


 

Mi colpisce un grande cimitero sulla collina, tanta erba e tante croci, com’è poeticamente narrato nell’antologia di Spoon River.

 

Dobbiamo recarci ad incontrare il nostro host sulla quattordicesima, (qui devo aprire la parentesi per spiegare che a New York per identificare un luogo bisogna definire l’avenue  che va sempre nella direzione nord-sud e poi precisare la street che corre da est ad ovest; essendo le avenues e le streets perpendicolari fra loro è facile stabilire il punto preciso di una via, insomma, facile, abitandoci poi, magari, imparerei bene…) quindi, sulla quattordicesima, prima avenue, non lontano da Chinatown.

La metro non è poi così affollata, è festa e non c’è il traffico dei pendolari.

Per la verità abbiamo appuntamento in un luogo che non è quello concordato. Giusto ieri abbiamo ricevuto una mail dove si precisava che dovevamo andare in un altro posto.Troviamo subito il luogo, presso l’Hudson River,  chiamiamo al telefono il nostro referente che ci risponde che sarà lì entro cinque minuti. Ed infatti, ecco spuntare un tipo che ci fa un cenno di saluto. La giornata è grigia e pioviggina e ci si avvicina uno con le infradito di plastica… magari qui invece degli stivali usano quelle… le infradito che si combinano bene con la Jamaica Station… L’aspetto del tipo non è  da fashion designer come si presentava su internet, anzi… Ci dice di seguirlo. Mah! Tutto intorno, casermoni di mattoni rossi con minuscole finestre, il tipico quartiere dormitorio. Ed è in uno di questi stabili che entriamo. Giò si lancia a dire che non gli sembra quello il luogo visto su internet con l’agenzia.

Muto, ma galante, il tipo si offre di portarmi la valigia. Saliamo all’undicesimo piano con l’ascensore.

Ma siamo sicuri di quello che facciamo? Lui ci dice che il famoso designer dorme ed ha mandato lui che è più sveglio! Dice di essere il fratello, non certo gemello! Mah! Di nuovo Giò si azzarda a dire che non è proprio quello il posto… Entriamo in un appartamento e per poco non inciampiamo in qualcuno che sta dormendo per terra. Abita qui? Si. Il tipo continua a far finta di non capire e ci conduce in quella che per una settimana dovrà essere la nostra mitica stanza newyorkese. Purtroppo c’è anche un odore insopportabile, forse vorrebbe essere un profumo, ma è soprattutto un tanfo.

La persona dormiente in terra fra le sue valigie, al nostro passare, si sveglia e ci saluta con un accento molto riconoscibile! E’ un italiano, di Brescia, dice che ha il visto per tre mesi come turista, ma lavora in nero in un ristorante ed usa quel buco solo per dormire.

E la nostra stanza? Assolutamente spoglia a parte due reti appoggiate in un angolo e rivestite di lenzuola di nylon nere, già questo mi dà il vomito. Il letto per Federico non c’è, il primo armadio a muro che apro è zeppo di scarpe e altro sporco materiale che manda una puzza notevole: ecco cos’è quel misto di odori! Essenze, essenze di vita vissuta! Un’unica fioca lampada e già penso come potremo leggere la sera se Federico vorrà dormire. Sotto la piccola finestra un grande calorifero acceso che rende l’aria ancora più insopportabile. In compenso, il paesaggio che si vede dalla finestra è bello, sull’Hudson River. Va bene, ma ce ne saranno di panorami belli a New York! Inoltre, nonostante siamo all’undicesimo piano, il rumore del traffico nella via sottostante, la Roosevelt Drive, è molto assordante. Mi siedo sull’angolo del nero letto e piango trasparenti lacrime. Giò si fa sentire di nuovo ed il tipo ci risponde di contattare l’agenzia.

 


 

L’organizzazione con cui abbiamo trovato la casa, ci aveva dato delle garanzie. Pensiamo subito di chiamare, ma è domenica e non risponde nessuno o meglio non il servizio in italiano. Intanto però siamo qui e come possiamo spostarci senza saper dove andare?

 

Scopriamo che anche il sostituto del disegnatore di moda, dorme lì, nell’incasinata, sporchissima stanza adiacente la nostra, scopriamo che la cucina è ricca d’incrostazioni secolari e che il minuscolo altrettanto sporco bagno servirà oltre che per noi tre, anche per il bresciano e per l’Infradito.

Dai, pensa a certi villaggi africani o alla campagna rumena, sei proprio una schizzinosa borghesuccia!

Ho capito, ma una volta che vengo a New York devo proprio sperimentare subito il Bronx? Allora? Che si fa? Decidiamo di lasciare i bagagli e di abbandonare all’istante il sito per pensarci stasera, non abbiamo tempo da sprecare in certe quisquilie… ahahahah… prendiamola con filosofia, mitra in giro non ne abbiamo visti e lui non sembra drogato. Il bresciano poi è un ragazzo sincerotto che ci confesserà di aver visto su internet tutt’altra stanza, ma non gli importa perché sta cercando altro e fra poco se ne andrà, al primo stipendio se ne andrà, speriamo che lo paghino, penso io. Siamo un poco perplessi, ma a New York puoi immaginare come funziona…

L’ hai veduto no, nei telefilm americani che ci propina la televisione italiana…oh  my God! Decidiamo subito di andare a Ground Zero, forse per convincerci che dai, c’è sempre di peggio… Riprendiamo la metropolitana per recarci al memoriale delle torri gemelle. Diciamo che siamo eccitati all’idea di essere in giro per le strade di New York e cerchiamo di superare l’idea del luogo dove stasera saremo costretti a dormire.

Lasciamo i bagagli intatti e ben chiusi ed usciamo all’aria metropolitana. E vai, siamo a New York,  ci siamo, ci siamo!

 

Il memoriale in ricordo delle vittime delle Twin Towers del 2001 è commovente.

Ora, al posto delle torri, due enormi specchi d’acqua a forma quadrata in cui cadono sul fondo cascate d’acqua di nove metri d’altezza.

Sul bordo in bronzo delle due vasche sono stampati i nomi dei tremila morti dell’attentato dell’11 settembre. Tutt’intorno sono state piantate moltissime querce bianche. Ed ecco il pero, l’albero di pero, salvato dal disastro, guarito e ripiantato qui come simbolo di speranza. Un grande giardino del ricordo sul tema dell’assenza e del silenzio.

Ah gli alberi, gli alberi, testimoni pacifici dei fattacci umani!

Entriamo nella chiesa di Saint Paul, la più antica della città, dove fu celebrata l’elezione a primo Presidente degli Stati Uniti del signor Washington e dove è esposto il suo inginocchiatoio.

 


 

All’esterno, proprio davanti all’entrata, c’è un piccolo cimitero di erba e croci protetto da grandi alberi dove pare che i newyorchesi facciano il picnic d’estate. Tutto il complesso risale a prima della rivoluzione.

 

Ora la chiesa è dedicata al ricordo dell’undici settembre ed è colma di ex voto d’ogni tipo, anche la ricostruzione della stanzetta d’ una ragazzina e fotografie, tante fotografie e fiori, tanti fiori: deve essere stato come assistere alla fine del mondo, veder cadere due giganti come le torri Gemelle… boato, incendi, grida, gente che si butta nel vuoto; in questo caso la realtà ha di molto superato la fantasia; nessuno aveva previsto un assalto di tal genere al cuore della city; la gente subito non capisce, poi cominciano ad apparire le immagini sui cellulari e sui computer. Io ricordo che era un martedì, diciannovesimo anniversario del nostro matrimonio, ero in negozio, salgo da mia mamma per vedere alla tv, è pazzesco, ma non è il solito film spettacolare americano.

 

E’ forse la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti da parte del mondo islamico?

Oggi capisci come mai per entrare negli Usa devi passare tutti quei controlli e come mai ci sono poliziotti dappertutto e quando entri nei musei ti controllano le borse; per salire sul Rockefeller poi, almeno tre controlli.

Altra chiesa che visiteremo sarà Trinity Church, all’inizio di Broadway, sai quella che compare sempre nelle foto in mezzo ai grattacieli, anch’essa con il cimitero campagnolo. Davvero incredibili queste vecchie costruzioni fra le più moderne in cemento armato, perché the skyscrapers sono veri e propri luoghi di culto, del dollaro! La più spettacolare fra le chiese è comunque Saint Patrick’s Cathedral proprio al Rockefeller center, sembra lì a proteggere la civiltà contemporanea, in realtà sono gli immensi grattacieli che la circondano che si prendono cura di lei. Siamo proprio europei! Nel senso che in Italia soprattutto, siamo abituati a visitare chiese e basiliche per ammirare i tesori della nostra arte. In realtà qui non c’è molto da scoprire, stile neogotico di moda nel secolo Diciannovesimo aspetto finto medievale, insomma…

Camminiamo fra i grattacieli con il naso all’insù. Il sole fa fatica ad arrivare in strada, anche perché oggi è brutto tempo ed i raggi sono annullati dalla pioggia. Le nuvole nascondono la fine dei giganti, ma dai, guarda, che effetto fantastico!

Il pomeriggio trascorre in un baleno e già dobbiamo rientrare, o meglio, abbiamo quel pensiero lì di dover rientrare là. Ceniamo in una pizzeria all’angolo del “nostro” quartiere, pizze al taglio di tutte le specie e chiamano Margherita una che invece per me può chiamarsi forse Vittoria, ma Margherita di certo no, con la rabbia del pizzaiolo che ribadisce che non siamo a Roma, ma a New York e la Margherita qui è così e poche discussioni. Rientriamo all’undicesimo piano infreddoliti e abbastanza preoccupati. Nell’aprire la porta ci assale il caratteristico odore, il bresciano non c’è, non ha rifatto la sua branda, le valigie sono mezzo aperte, vuol dire che si fida.  Mah!

Andiamo nella nostra stanza. A sinistra, sempre in terra, hanno aggiunto un materassino da tenda, sarà la cuccia di Federico. Andiamo in bagno e poi, silenziosamente, a letto. Dalla finestra, minuscola, controlliamo l’Hudson River che scorre beato ed indifferente. In lontananza è già illuminata per la notte l’altra riva, davvero una bella vista, un notturno con molte lune, da ricordare.

La finestra non la possiamo tenere aperta perché, come ho detto, il rumore esterno è molto forte, nonostante siamo così in alto. Ci alzeremo il mattino con un gran mal di testa. Durante la notte ho sentito arrivare qualcuno e poi qualcun altro: erano i nostri co-inquilini, si sono detti qualcosa, poi, silenzio.

Noi avevamo chiuso a chiave la stanza, ma io non ho dormito. Verso le cinque vedo spuntare l’alba: il sole proietta un bellissimo rettangolo di fuoco sulla parete sopra la testa di Federico.

Ecco, dicevamo che non c’era un’altra lampada, guarda questa naturale com’è splendida!

 

 

 


 

Riprendo in mano Conrad: “La Nellie, una iolla da crociera, girò sull’ancora senza il minimo fluttuare delle vele e si fermò. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo e, poiché dovevamo discendere il fiume, non ci restava che fermarci all’ancora e attendere il reflusso.  L’ultimo tratto del Tamigi, si stendeva davanti a noi come il principio di un interminabile corso d’acqua. Parigi-Senna… Londra-Tamigi… NewYork-Hudson… Zogno- Brembo… ahahaha…

 

La mia fantasia corre, mi piacerebbe studiare le storie dei fiumi e conoscere le avventure di gente che li ha navigati. I fiumi, come gli alberi, assistono alla Storia dell’umanità e quante parole hanno ascoltato, e quante vite hanno inghiottito. Sì, come il mare, dai, falla corta. No, il mare tocca, il fiume attraversa, è diverso, molto diverso, un fiume ha una sorgente ed una foce, il fiume è…

 

Siamo in piedi presto, si fa per dire, la differenza di fuso orario si fa sentire, qui sono le sette, in Italia sono le tredici! Ci prepariamo in fretta e sgattaioliamo fuori fra il russare del bresciano ed il non saprei dell’Infradito.

Aria, aria.

Eccoci da Starbucks, catena di “colazionisti standard”, distributori globalizzati di caffè e cappuccini dove ogni mattina faremo colazione. C’è da dire che il prodotto non è male e c’è sempre molta gente; difficilmente trovi un posto a sedere subito, aspetti che se ne vada qualcuno che ha fretta per lasciare il posto a noi turisti che di fretta non ne abbiamo.

Ma guarda quello cos’ ha messo nel bicchierotto… caffè latte e ghiaccio…

E se ne esce con la sua bella cannuccia… Quando poi ci sediamo, è Giò che fa le ordinazioni perché lui con l’americano se la cava bene, nonostante i ragazzi che servono al bar siano abbastanza incomprensibili nella loro parlata contratta. Con tutto il ripassare inglese che ho fatto in questi ultimi tempi, colgo solo alcuni vocaboli, oh my god, che disastro. Comunque è un luogo perfetto per dedicarsi al People Watching e questo internazionalismo che c’è a New York mi piace moltissimo. Federico ha già detto che ci tornerà da solo. Lui si destreggia benissimo, bello sciolto anche in metropolitana, sa sempre a quale fermata e come arrivarci, up o down, rossa verde gialla marrone viola, A B C D Z  oppure E. Wow!

Fu Massimo Vinelli, designer italiano, che nel 1972 progettò e realizzò l’attuale grafica della metropolitana newyorchese. Per me è comunque una gran fatica e non riesco a nascondere la mia apprensione, dipende dal mio cervello neoclassico… La metro avrebbe bisogno di una bella ristrutturata, a parte alcune zone del centro, è piuttosto malandata e vecchiotta; danno un mese di abbonamento gratis a chi fotografa il ratto più schifoso, ma noi restiamo solo una settimana… ahahaha, i treni comunque sono velocissimi  e funzionano ventiquattro ore al giorno per sette giorni la settimana, collegando quattro dei cinque sobborghi della metropoli e cioè il Bronx, i Queens, Staten Island,  Manhattan e Brooklyn e alla faccia del sobborgo, se quest’ultimo si staccasse dalla  city, sarebbe la quarta città più popolata degli Stati Uniti!

 


 

Mi rendo conto che il tempo va davvero volando, non ho tempo di scrivere, prenderò solo degli appunti. E gli acquerelli poi, è impossibile dipingere là nel “buco”, come ora chiamerò la nostra residenza, non c’è neppure  un tavolo e poi l’ispirazione mi è già scappata, anche per eventuali cartoline postali. Decido che non scriverò a nessuno, accidenti, come lo scorso anno a Parigi, c’è sempre qualche malessere che mi straccia la  vena poetica pittorica; allora, la rapina in metrò, a l’ Etoile, oggi, quel deficiente dell’host che ci ha fregati… merda, mierde, shit! Sono un’artista sensibile io, ho bisogno delle condizioni adatte per creare ed invece mi s’è formato un nodo in gola che non riesco sciogliere neppure leggendo Conrad. Ma dai, smettiamola con queste storie fine Sette - Ottocento… acquerelli, carte, appunti… non sei mica Goethe che fa il Viaggio in Italia!

 

Oggi si scattano fotografie digitali che esprimono tutto, pensieri e parole, se sei un bravo fotografo ed hai il giusto sguardo.

A casa, la sera, nella tua cucina provenzale, potrai scrivere, acquerellare…

 

Contemplo con discrezione lo spettacolo di altre vite. Mi affascina il mondo. E poi qui ho già capito che vige il mio motto : “ vivi e lascia vivere”, osservami pure, ma stai nel tuo che io sto nel mio, penso che potresti girare nudo che nessuno ti ferma per dirti di mettere le mutande, magari ti fotografano al momento, ma poi passano oltre, a vivere qualcosa d’altro, come di fatto faremo noi, fotografando due bellimbusti “nudi con chitarra” a Time Square.

Colazione sempre a Starbucks, ore 8,30, Giò in coda ad ordinare, noi seduti al tavolino, vicino due ragazzi style “ufficio” chiacchierano di Borsa,  più in là un bel tipo coreano cinese vietnamita giapponese boh… legge il New York Times. Fa freddo, è fine marzo, ma molti sono già vestiti leggeri. Ragazze senza calze con le ballerine o stivaletti, minigonne, gonne lunghe, pantaloni di varia misura, sandaletti, tacchi a spillo, scarpe di vernice rossa, nera, brillantate. Abbigliamento molto, molto casual, divertente. Acconciature di tutti i colori, anche azzurre e viola e rosse, capelli cortissimi, rasati, davvero dei tagli artistici. Le acconciature più belle, simili a sculture sono quelle delle signore di colore, afro-americane con treccine sistemate nei modi più fantasiosi.

Entra una giovane coppia, sono italiani. lei si accomoda vicino  a noi ed ha un foulard legato dietro sul capo. Ha l’aria di una giovane nell’intervallo fra due chemioterapie. Lui è molto carino e gentile… mi è subito venuta in mente la frase: “voglio vedere New York prima di morire”… anche Noemi ad un certo punto aveva quel viso…

 

 


 

Dormiremo nel Bronx la domenica sera, il lunedì ed il martedì. Il mercoledì mattina sloggeremo.

 

Il martedì mattina scendiamo in ascensore con l’Infradito che oggi è tutto vestito di nero e con la ventiquattrore. Gli chiedo se va la lavoro…”sì, sì, al lavoro… always at work…” è l’ultima volta che lo incontriamo.

Abbiamo scattato un po’ di foto all’appartamento con il cellulare per inviarle all’agenzia. Guarda che non sono schizzinosa, penso solo che anche in povertà bisogna mantenere la dignità.

E l’Infradito è semplicemente un vero cafone cingalese, pakistano, o che ne so.

E non è buddista, né induista e alla fine non è nemmeno un poveraccio, semplicemente è un disonesto come suo fratello gemello che si spaccia su internet come fashion designer!

I disonesti non hanno razza ed io, questo tipo d’essere umano proprio non lo sopporto.

 

Come faccio sempre quando mi trovo in un’ abitazione che non mi piace, mi diverto a trasformarmi in architetto d’interni  ed anche questo infimo luogo si presta davvero ad un bel ribaltone: allora, partiamo dalla cucina che dipingerei assolutamente di bianco avorio con pavimento verde mela in tonalità con le piastrelle del rivestimento, sempre ceramica molto lucida e luminosa.

Il lavandino sotto la piccola finestra che guarda il fiume e tutt’intorno i mobili laccati avorio con tavolo a pensilina in metallo e due sgabelli sempre in metallo. Due punti luce, uno sul tavolo ed uno presso il lavello. Il soggiorno avrà un pavimento laccato lucido arancio con mobili sempre sulle tonalità dell’avorio, verde, arancio; un paio di divani che possono diventare letti, di due colori complementari, tipo giallo e violetto, TV appesa alla parete e sull’angolo la zona computer con libreria che fa tutto il giro anche intorno ai divani, fungendo all’occasione da mensola per delle lampade notturne. Un tavolo con ruote che si alza e si abbassa e si può spostare qua e là. Prima del soggiorno, nel piccolo ingresso, l’armadio a muro, ora zeppo di puzzolenti scarpe ammucchiate, sarà adibito ad attaccapanni ed un grande specchio di fronte allargherà lo spazio;  nel complesso qui, almeno quattro punti luce.

Il bagno: il bagno, di due metri per uno e cinquanta, bianco e nero, pavimento bianchissimo e rivestimento a mosaico bianco e nero.  Porcellana bianchissima con doccia vasca dai vetri trasparenti e con i rubinetti dall’altra parte che mentre fai la doccia, dai una sbirciatina fuori dalla finestra.

Dietro alla porta un bello specchio che riflette la luce che entra dalla piccola apertura sul fiume.

E veniamo alle camere da letto. Cominciamo da quella abitata dall’Infradito: toni sull’azzurro-verde acqua, letto a castello, scrivania metallica, zona computer,  impianto hifi sotto la finestra.

Ci siamo, ci siamo, la nostra stanza! Letto matrimoniale dov’è ora la cuccia di Fede… lascio il parquet? No, anche qui pavimento lucido, moderno, vari punti luce con possibilità di regolazione dell’intensità, impianto hifi, un bel tappeto colorato che tiene quasi tutta la stanza, due poltroncine presso la piccola finestra e tavolinetto.

In tutto l’appartamento, condizionatori e riscaldamento autonomi, pare che a New York le estati siano torride e gli inverni gelidi. Per finire, qua e là, bei pannelli d’arte contemporanea alle pareti. I miei.

Ecco, stronzo, ora sì che puoi far spendere ai tuoi ospiti centoquindici dollari al giorno. Amen.

Dai, sdrammatizziamo un po’…

 

 


 

Il lunedì visitiamo il MoMA. The Museum of Modern Art fu ideato da Rockefeller appunto, che iniziò a collezionare opere d’arte nel suo appartamento sulla quinta Avenue angolo cinquantasettesima, insieme ad altri lungimiranti ricchissimi uomini d’affari: e vai con Gauguin, Monet, Picasso, Mondrian, Pollock, Warhol, Rotko, dando così inizio al primo museo d’arte contemporanea al mondo.

 

Passeggiamo attraverso le sale, le opere sono disposte bene, illuminate quanto basta, si può fotografare. Ecco la notte stellata di Vincent e le signorine d’Avignon di Pablo che in verità sono le prostitute di Barcellona.

Dialogheranno Picasso e Van Gogh? Pablo inviterà Vincent nel suo studio, ma quest’ultimo si tirerà indietro e senza farsi vedere si taglierà un orecchio mentre Pablo se ne fregherà altamente e continuerà a fare all’amore con la  prossima modella. Differenti visioni del mondo! Come si capisce che uno è un nordico impregnato di calvinismo e l’altro è uno spagnolo appassionato e libertino! Fatto sta che qui stanno nella stessa stanza. Coraggio. C’è moltissima gente.

Dopo aver visitato alcune sale, decidiamo di andare al ristorante The Modern a pianterreno per osservare l’arte moderna nel piatto. Il luogo è chic, la cucina, leggiamo, francese. Ci assegnano un tavolo dove cominciamo a leggere il menu.

Scegliamo tre piatti diversi ed ordiniamo ad un galante cameriere in frac.  L’atmosfera è un poco affettata, non ci piace molto. Non prendiamo vino.

Attendiamo.

Attendiamo. Dopo circa un’ora, il cameriere pinguino si scusa, c’è un animale nel menu che abbiamo scelto che non riescono a… prendere, si va per le lunghe: “Assaggiate intanto questa Quiche Lorraine ”… al volo l’assaggiamo e… attendiamo… ancora tre quarti d’ora, ormai il caro animaletto se la sarà squagliata… ma non erano quaglie quelle che avevamo ordinato!

Giò ha già deciso… ce ne andiamo.

Ci alziamo, rimettiamo a posto le sedie mentre il cameriere in frac… sorry sorry sorry abbiamo un appuntamento… ancora con Picasso e Pollock… sorry sorry sorry.

Però, che stressati siamo, potevamo attendere un’altra oretta, in fin dei conti siamo in ferie!

Ritorniamo su, in terrazza, in una caffetteria con vista sui grattacieli. Anche qui, altra figuraccia perché alla fine ci dimentichiamo del Tip, cioè la mancia del venti per cento sulla consumazione, involontariamente, d’accordo, ma il cameriere è arrabbiatissimo, ne va del suo stipendio, pare infatti che sia formato, il suo stipendio, essenzialmente dai Tip dei clienti; ormai è fatta, quando mi rendo conto del  perché delle parolacce, siamo già da Wharhol a gustarci le scatolette della sua minestra Campbell. Via, confondiamoci nella folla, follemente, filiamocela.

Usciamo dal giardino, salutati da Rodin e dal suo Balzac.  A pensarci bene, ne ha fatta di strada il signor Auguste Rodin, ci sono sue opere dappertutto e nessuno ribadisce con fermezza che molte sono state realizzate dalla sua amante Camille Claudel, sorella dello scrittore Paul di cui per altro non leggerò mai nulla, per principio: come fratello poteva interessarsi della sorella Camille e non farla finire in manicomio; chissà se nell’aldilà, avrò modo d’incontrare il suo spirito perché mi piacerebbe proprio sentirle raccontare la sua vita, quella profonda, quella che “ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole”. Rodin, Rodin, finché hai potuto hai rosicchiato, poi, tanti saluti e baci… e fu subito sera…

C'è anche la capra di Picasso ...

 


 

Di nuovo in strada, gente, gente, gente ed ancora gente.

 

Alla fermata della metropolitana ci sediamo per attendere il treno meno affollato. E uno e due e tre, saliamo sul quarto treno e lasciamo il Mid Town; ci torneremo domani per salire sul Rockefeller Center, il nuovo  osservatorio panoramico su Manhattan avendo esso scalzato, si fa per dire, l’Empire State Building.

Ritorniamo sulla quattordicesima, nel Lower East Side, gironzoliamo e finiamo di nuovo a Starbucks, il tempo in effetti non è un gran che, fa freddo ed ho i guanti. Stamattina avevamo anche comprato un ombrello che una folata di freddissimo vento ha portato a schiantarsi contro un albero.

Federico beve una cioccolata e noi due decaffeinati, sempre serviti nei bicchierotti di cartone e questo mi fa sempre molto effetto… ho nostalgia delle tazzine di porcellana… ”io amo le tazzine da caffè… e amo anche te”, diceva la poesia di una tipa che ho conosciuto tempo fa.

Ed è ora di tornare nel Buco.

Federico va subito a cuccia con il suo inseparabile cellulare. Noi ci sdraiamo sul nero letto dalle nere lenzuola non dopo aver messo una nostra bianchissima salvietta sui cuscini, oh my God  io che adoro le lenzuola che esplodono di sole e di fiori colorati... ma non ti va bene proprio niente…

Ora di New York, le ventuno, ma più sei sono le tre italiane, forse sarà meglio stare al buio così non vediamo nulla, solo sentiamo l’odore che però è assai diminuito avendo lasciata socchiusa tutta la giornata la finestra.

La notte passa tra rumori vari e tensione che non si allenta e non si allenta neppure la mia mano stretta in quella di Giò.

Mi sveglio all’alba con il sole che proietta la splendida lampada sulla parete accanto a Federico.

Riprendo in mano il mio libro.

Dopo un po’ guardo il mio orologio all’italiana, sono le dodici e trenta, mezzogiorno e mezza, qui con il fuso orario siamo alquanto sballati, vuol dire che sono le sei e mezza. Mi alzo e vado in bagno. Azzardo una doccia, scavalcando il puzzolente sporchissimo tappeto e mi metto ad occhi chiusi sotto il rubinetto nella doccia che è anche una sporca vasca che originariamente doveva essere bianca.

 


 

Dai, dai, poche storie, l’acqua è acqua e mi fa davvero piacere il getto sulla testa. Tiro bene la tenda marrone, ah che colori, prendo il mio shampoo alla lavanda e procedo. Roba di cinque minuti, chiudo il rubinetto, mi asciugo nella vasca con la mia salvietta lilla,  mi rivesto velocemente sempre nella vasca, salto il tappeto e via di là, nella suite. Aiuto! I capelli si asciugheranno da soli, no problem. Ma brava, cominci ad adattarti… No, no, oggi cerchiamo un altro posto non prima d’aver inviato le fotografie ad Airbnb che fortunatamente ci rimborserà dopo aver constatato lo stato dell’appartamento, ma per ora non lo sappiamo che ci rimborseranno e siamo davvero arrabbiati.

 

Su, in piedi, dai che usciamo, dobbiamo sfruttare al massimo la nostra vacanza e poi qui dentro manca l’aria. Solita colazione globalizzata, niente grazie, niente buongiorno, toccata e fuga, caffè, brioche. Strano modo di stare al mondo.

Direzione Rockefeller, scendiamo tra la quinta e la sesta avenue; la fermata della metropolitana è lussuosissima, come si vede che questo è un quartiere di ricchi o per lo meno di affari che paiono andare a gonfie vele. Sono le otto e trenta e c’è un’infinità di gente che va e viene.

Una violoncellista inonda di melodia la stazione della metro, è romantico. Per salire sul grattacielo dove c’è l’osservatorio, bisogna prenotare e così facciamo. Per le dieci e trenta. E’ il nostro turno. Dopo un  giro dell’oca per entrare in  un luogo dove ti perquisiscono e ti fanno aprire le borse, in fila indiana, si va verso un ascensore nel quale possono entrare solo un tot di persone. A noi. L’ascensore è come una navicella spaziale, voom, il cielo stellato sopra di noi, entreremo in orbita o ci fermeremo? Voooom, quarantotto secondi, eccoci in un batter d’occhio al settantesimo piano, wow, davvero mozzafiato la vista sui ventuno grattacieli e su Central Park.

I grattacieli sono belli da guardare, simili, ma diversi gli stili fra i quali spicca l’Empire State Building costruito in piena depressione economica, 1930, quattrocento quarantotto metri, il più alto, ora che le torri gemelle non ci sono più; tra l’altro nel 1945 un aereo bombardiere si schiantò all’altezza del settantanovesimo piano ed il grattacielo resistette; ci furono quattordici vittime.

Quindi quando sono cadute le torri, qualcuno deve aver pensato che “ non ci sono più i grattacieli di una volta”, come le stagioni e le donne e…

La prossima volta saliremo su questo edificio da cui, dicono, ci si rende conto bene di essere sull’isola di Manhattan osservando i ponti che la collegano a Brooklyn, ai Queens, al Bronx.

Va bene, ma ora siamo sul Rockefeller ed il cielo lo tocchiamo con un dito ed è splendido, azzurrissimo quasi come in Provenza. Ahi! E dagli con il solito termine di paragone! Monotona, mono-tono sei.

Molta gente che fotografa, noi pure. Laggiù ecco Time Square, sempre pianeta terra, ma tappezzato a dollari. I puntini neri sono il brulicare delle persone, mentre i puntini gialli non sono gocce di sole, ma una miriade di taxi gialli.

Puntiamo il dito su Central Park dove decidiamo di trascorrere po’ di tempo. Da qui è un grande rettangolo verde, creato ad hoc come polmone della city. Cinque minuti e siamo in mezzo alla natura. Altra prospettiva, più a misura di persona; il parco newyorchese è molto frequentato da gente che passeggia, che corre, che va in bicicletta fra alberi secolari ancora piuttosto infreddoliti. Ci sorprendono meravigliosi rosati anemoni fra le cui foglie giocherellano dei bellissimi scoiattoli dalla lunga e mobilissima coda marrone scuro che si arrampicano agilissimamente sugli alberi dopo aver cercato in terra qualcosa da mangiare.

 


 

Dappertutto, dove c’è un albero, anche nei giardinetti pubblici di Chelsea, puoi ammirare queste deliziose creature dagli occhietti vispissimi e lucenti.

 

Il tempo, per oggi, si mantiene soleggiato anche se piuttosto freddino.

Ci sediamo sotto una specie di berceau.

Di fronte a noi una bella signora anziana osserva i nipoti che giocano su alcuni sassi messi lì di fronte ad uno dei laghetti. Dopo un po’ arrivano anche i genitori dei fanciulli e tutti insieme si allontanano verso l’uscita.

Noi decidiamo di visitare il museo di storia  naturale “ Frederik Fineas” che si affaccia più a nord, su Central Park. Proprio qui hanno girato il film “Una notte al museo”. Ecco un altro luogo dove mi sarebbe piaciuto spendere la mia vita di lavoro. Collaborare a creare questi splendidi sfondi e scenografie per tutti gli animali della terra qui riprodotti. Magnifici i bisonti ed i cervi, gli elefanti, le giraffe.

 

All’interno del museo c’è una sezione di astronomia con un magnifico planetario: è stata un’emozione assistere ad un filmato che riproduce il big-bang in un anfiteatro la cui cupola rappresenta la volta celeste in cui qualche milione di anno fa s’è venuta a formare la nostra terra. Spettacolari i colori e soprattutto i suoni.

Altra sezione del museo particolarmente affascinante è quella dedicata ai megadinosauri ritrovati in America del Nord ed in Patagonia. Inoltre, splendide, le sale dedicate ai popoli della terra, veri spaccati delle diverse culture del mondo.

 

Un intero piano dedicato ai mari, agli oceani, con una balena lunga più di trenta metri.

Facciamo uno spuntino al selfservice del museo, molto ben organizzato. Ci sono alcune scolaresche di bambini etnicamente molto assortite, con insegnanti belli colorati e molto attenti. Ecco ciò che s’intende per unione dei popoli, essere come dei bambini che giocano e mangiano insieme e non si preoccupano d’altro. Loro sono uguali in tutti i musei del mondo.

L’essere bambino è lo stato migliore dell’essere umano, ma quei maledetti che sparano a Gaza in questi giorni proprio sui bambini, non la pensano così. Divenire adulti comporta molto adattamento all’ambiente ed alle persone, si cambia e non sempre in meglio.

Pare però che la scuola americana sia molto classista e questo non mi piace. Anche in Europa, per certi aspetti, stiamo andando verso il  modello americano. La scuola pubblica in Italia, ultimamente  è stata molto bistrattata. Pochi finanziamenti, insegnanti stanchi e delusi. Del resto, il mondo fuori sta facendo passi giganteschi, mentre la scuola è come quel dinosauro che abbiamo visto prima. Penso a Mario Lodi che aveva un’idea di scuola pratica e sperimentale, penso alla sua passione per l’Arte, a quanto si è dato da fare per trasmetterla ai bambini che ha incontrato nella sua vita. C’è speranza se questo accade al Vho… già, ma la speranza se la sono mangiata i vari ministri che tutte le volte stravolgono il lavoro fatto dal ministro precedente. Addio caro Mario, quando verrò a Drizzona passerò a portarti un cesto di primule come quello che ti feci recapitare pensando fosse il tuo novantesimo anno, invece ne compivi solo ottantanove, il diciassette febbraio, come nostra figlia Marta.

 


 

Usciamo dal museo di Storia Naturale che avrebbe richiesto una visita ben più lunga, per dirigerci alla metropolitana che ci condurrà per una capatina a Bowling Green e  Battery Park: bella la passeggiata in riva all’oceano con i gabbiani che spiegano le loro ali in picchiata.

 

Il mare è molto agitato, ma è un oceano, è l’Atlantico!

Laggiù la Statua della Libertà che sta all’ingresso del porto di New York dove arrivavano tutte le navi degli immigrati e dove sarebbe dovuto arrivare anche il Titanic e mio zio Danilo. Faccio un excursus per  parlare di lui, di questo zio che sposò per procura la sorella di mio padre, la Gina; egli, essendo un musicista ed avendo navigato come marinaio durante la Seconda guerra mondiale, suonava sulle navi e ne prese una a Genova negli anni Cinquanta, pensando di arrivare in America del Nord. La traversata fu bella perché gratis visto che faceva parte dell’orchestra, ma difficile e deludente perché lo sbarcarono a Buenos Aires e come primo avvenimento della sua vita oltre oceanica, gli rubarono il portafogli e restò lì solo soletto con il suo clarinetto.

E qui ci sarebbe da iniziare un’altra storia, parallela a quella che avevi iniziato tempo fa su quel costruttore di violini cremonese, il liutaio… e chi si ricorda, sì, dai quello che poi sposò la ballerina del teatro Colon…

Mentre sto riscrivendo i miei appunti, proprio solo cinque giorni dopo la morte di nostra mamma, è mancato anche Danilo, il 26 di giugno, a novantadue anni, che era del ventidue, come il suo vecchio amico Mario Lodi: ho una foto che li ritrae insieme mentre suonano in un quartetto a Piadena.

Anche il maestro Lodi è scomparso quest’anno, il due marzo. Vite che si intrecciano e lasciano segni che tracciano strade delimitate da grandi alberi sempre verdi.

 

Se vuoi sapere il mio parere, stai alquanto divagando mentre sei seduta sulla panchina con lo sguardo a Ellis Island dove sarebbe bello visitare il museo degli emigranti, sala bagagli, sala di registrazione (non musicale, ma d’interrogatorio sulle origini, controllo degli occhi, della schiena, dei polmoni), migliaia di persone che entrarono negli States dal 1854 al 1940-50.

Osserviamo da lontano Lady Liberty posta a guardia del porto di New York; il mare è sempre più grosso e non prendiamo il traghetto per raggiungerla. La signora Libertà rappresenta il sostegno francese all’indipendenza americana e fu finita da Eiffel, sì, quello della Tour di Parigi.

Della statua sono state fatte molte riproduzioni di cui tre sono a Parigi, una all’ingresso del famoso tunnel dove morì in un incidente stradale lady Diana. Altre sono sparse in Francia e in America. Dietro la panchina dove sono seduta con lo sguardo all’oceano, si ergono quattro bastioni di granito tempestati di nomi dei caduti americani della Seconda guerra mondiale che partirono per la liberazione dell’Europa dal Nazismo.

Il luogo si chiama Battery Park, proprio vicino a Fort Clinton.

L’aquila che guarda il mare è seduta sopra un’onda oceanica.

 


 

Quattromilaseicento nomi. Cerchiamo cognomi italiani. East Coast Memorial. Oh my God! Ma perché l’umanità deve sempre giocare alla guerra! E che fine farebbero altrimenti tutte quelle belle collezioni di soldatini di piombo? E come si sarebbe potuta inventare la fiaba della ballerina innamorata del soldatino che finisce nelle fogne?

 

Come se non sapessi che le guerre generano lavoro e soldi. Già, lavoro e soldi, oltre che disperazione e follia!

Memoriali molto frequenti a New York come il Firemen’s memorial garden a Central Park.

Gli Americani hanno il culto dei Vigili del Fuoco.

Le sirene dei pompieri suonano nel traffico ad ogni ora del giorno e della notte. Affascinante e contraddittoria questa metropoli, impossibile rimanere indifferenti. Qualcosa si attiva e si mette in moto nella mente e nel cuore. Rimanere imperturbabili come auspica Walt Whitman, poeta di Brooklin, è un’impresa ardua, ti senti preso e trasportato dalla Storia.

 

 


 

Do un’occhiatina alla guida: New York è molto attiva culturalmente. Artisticamente parlando poi, qui,  per gli appassionati d’arte contemporanea come sarei io, è sempre una gran festa; non vedo l’ora di andare a Chelsea District dove c’è la Galleria dove ho esposto i miei dipinti. Ma l’inaugurazione della mostra è giovedì pomeriggio ed oggi è solo martedì. Domani è il giorno della partenza dal buco, saluteremo l’Infradito e andremo in un normalissimo albergo. Ritorniamo sulla nostra quattordicesima strada, rientriamo nel nostro quartiere dormitorio. Entrando nell’appartamento, troviamo il ragazzo bresciano a casa, oggi è martedì ed il ristorante è chiuso ed è quindi il suo giorno libero. Sta giocando con il telefono. Facciamo due parole sul tempo e sul fatto che anche lui sta cercando un’altra sistemazione. Quindi ci ritiriamo nella nostra suite. Stasera abbiamo di nuovo  cenato a pizza e poi il solito caffè  al solito Starbucks, siamo davvero monotoni, anche perché l’alternativa, con Federico appresso, sarebbe Mc.Donald’s.

 

Sdraiata sul nero letto, mi rendo conto che questa cosa, che ci abbiano imbrogliati, mi ha molto innervosito, non ho voglia di scrivere, tanto meno di dipingere acquerelli, non c’è lo spazio.

Riprendo in mano Conrad che sicuramente nelle sue peregrinazioni in mare, avrà dormito in luoghi molto peggiori di questo: ” No, è impossibile,  è impossibile comunicare la sensazione di vita di qualsiasi fase della propria esistenza, ciò che ne costituisce la verità, il significato, l’essenza sottile e penetrante. E’ impossibile, si vive come si sogna, soli…” recita Marlow nel cuore dell’Africa Nera meditando sul fatto che la cosiddetta civilizzazione non ha portato la luce in mezzo alle tenebre, ma ha svelato il buio tenebroso che sta in coloro che avevano la pretesa di essere i civili.

Scusa, e scegliere un testo meno metafisico per una settimana a NewYork, non so, qualcosa di leggero, un giallo, Simenon per esempio, d’accordo, in francese per tenerci esercitati, Maigret, il caro Maigret... per quando ritornerò a Marsiglia… Ma se devo leggere in inglese ora! Questo libro ha il testo originale a fronte così mi  posso esercitare…!?

Semplicemente volevo farti notare che avresti potuto scegliere dei testi inerenti alla vostra destinazione tipo “Le mille luci di New York” oppure” American Psyco” o, tornando indietro negli anni, “Il giovane Holden” oppure” New York” di Paul Morand, sai quel Morand di cui tieni quel libro dedicato al mare sulla mensola-altare appena dentro casa tua, con tutti quei gingilli, dalle conchiglie al giardinetto Zen, sotto il dipinto delle due signore lilla che chiacchierano sul bagnasciuga…

Va bene, ci penserò quando ritorno, li leggerò per confrontare la mia idea della metropoli  con la loro, degli anni Cinquanta, del Novecento, del Duemila…

Resta il fatto che domattina sloggiamo.

Cecilia ci ha prenotato un albergo in pieno centro. Così, eccoci l’indomani di nuovo in strada, ognuno con il proprio trolley, riprendendo il metrò fino a Time Square. L’albergo è proprio lì dietro, fra un grattacielo e l’altro. Ci allontaniamo dall’appartamento alle otto del mattino, l’Infradito è già uscito ed il bresciano dorme.

 


 

Addio miei cari. Non avrò nostalgia di voi. Giò ha tenuto la chiave del buco, dice che gliela spedirà. Forse.

 

Cecilia ha fatto tutto a puntino, l’hotel si chiama West President e fa parte di una catena di alberghi, è sulla quarantaseiesima. Accogliente, molta gente che va e viene. Saliamo nella nostra stanza, due camere separate da una divisoria in muratura, normale, pulita, tre grandi finestre, appesi alle pareti i ritratti in vetro sintetico di  Kennedy e di Jacqueline e su un’altra parete tre presidenti, conosco solo Washington. Borghesemente confortevole la nostra nuova sistemazione, ma almeno stanotte dormirò senza stare con l’orecchio teso. Cecilia è felice, ci sente contenti, dice che siamo fatti per complicarci la vita, ma se è stata lei a consigliarci di andare in appartamento! Ed io che sognavo di scambiare le mie opinioni con l’host, parlando in inglese, gli ho portato anche qualche confezione di spaghetti ed il sugo; magari, avevo pensato, ceneremo insieme qualche volta!

Del resto, lo scorso anno a Parigi, l’appartamento a Montmartre era carino, considerando il fatto che i francesi non hanno cura delle proprie case come l’abbiamo noi.

Ci eravamo trovati bene a parte quelli che tornavano ubriachi la notte e suonavano a noi, sbagliando porta ahahah…

Va bene, vacanze avventurose, piene di suspense, senza cercarcele, ci capitano, ci capitano, turisti fai da te o giù di lì.

La vista dall’ Hotel è assolutamente newyorchese, taxi gialli in strada, moltitudine che passeggia o corre o chissà, grattacieli persi fra le nuvole, luci ed insegne multicolor.

Ma non perdiamo tempo a crogiolarci nella nuova suite.

 

 


 

Oggi, mercoledì, il programma è Metropolitan Museum, il Met.

 

Diciamo che si potrebbe venire a New York solo per visitare questo immenso museo.

Un pomeriggio è davvero una briciola di tempo se rapportato alla quantità di materiale custodito in quasi trecento sale su una superficie di centottantamila metri quadrati

Il Met è stato concepito a Parigi dove, si sa, l’aria è più fine, ispirata ed ispirante:

alcuni ricchi americani decidono la sua nascita proprio al centro di Manhattan da cui si sposterà per l’East Side dove si trova tuttora. La facciata neoclassica offre una bella scalinata alla moltitudine che vorrebbe sedersi qui dopo la visita, ma che viene fatta smammare dai custodi che non amano le soste fuori programma e fuori biglietto. Sulla strada, una carrellata di venditori ambulanti, scommetto, la maggior parte italo americani, che vendono pizze e generi vari.

Qui è come al Louvre, tranne i borseggiatori… fuori e dentro il museo parigino ce n’erano di tutte le razze…

C’è da camminare e così facciamo, cercando di visitare tutto, ma dovremmo assolutamente tornarci, del resto come al Louvre. Io trovo finalmente il dipinto di Pollock in cui annullarmi ed ho indossato espressamente un pullover “astratto” i cui colori s’immedesimano benissimo nel dipinto. Per un attimo, mi tuffo in Pollock e vorrei non uscirne più, ma in maggio devo realizzare nella mia Opificina il “progetto Pollock” con alcune classi della scuola dell’infanzia e primaria: penso già a quanto si divertiranno i bambini quando utilizzeremo l’action painting per creare delle grandi meravigliose tele!

Percorriamo splendide sale dedicate alla Cina, porcellane infinitamente delicate, bellissime. E poi l’Africa e moltissime opere dell’Antico Egitto, così tante non ne abbiamo mai viste e sono sempre nuove e sorprendenti.

 

Ci soffermiamo in particolare nelle sale dedicate alla Scuola italiana, tutti i Fiorentini, quelli di lusso, Duccio, Giotto, il Ghirlandaio, Lippi e poi i veneti  Tiziano, Carpaccio, Canaletto, Tiepolo e Caravaggio, il bergamasco romano napoletano maltese… quello nato il ventinove settembre, il Merisi, il Michelangelo detto il Caravaggio… che teppa… Fra i Fiamminghi, ecco “I mietitori” di Bruegel il Vecchio e tra i Francesi, La Tour con una meravigliosa ”Maddalena”.

 

Naturalmente l’arte più vicina a noi è quella che ci attira maggiormente: ancora Vincent  con un bel campo di grano e cipressi e ancora Rodin, il rosicchiatore, poi gli impressionisti e l’immancabile Picasso con una nuova giovane modella “cubista” e il malinconico, bellissimo Modigliani e l’originale filiforme Giacometti…

Incredibilmente emozionante osservare dal vero opere che ho sempre visto solo sui libri. Bello, bello, bello, addio, io sto qui.

Ma dove vuoi restare, non senti il richiamo della ferramenta, delle viti, dei bulloni, del filo di ferro, della rete, sai benissimo che se vuoi fare la pseudartista  non hai che da lavorare nel tuo negozio, che altre fonti di reddito, per il momento, non se ne vedono.

O ti sei forse tenuta nascosta una vincita in Borsa o all’Enalotto, furbacchiona…

 


 

Semplicemente New York mi ha fatto un fischio ed io ho risposto.

 

All’alba dei cinquantasette anni… ho pensato ancora una volta che avrei potuto mollare la ferramenta con i suoi annessi e… commessi…

Non mi vergogno a dire che ho chiesto il solito prestito alla solita fidata banca dato che la mia ditta ha sempre ben altro da finanziare e comunque non iniziative a fondo perduto…

Detto tra noi, l’abbinamento donna - artista insinua ogni volta nelle menti un certo turbamento…

Il maschio - artista se l’è sempre cavata meglio, la storia dell’ arte insegna, le femmine si contano sulle dita delle mani; oggi la situazione è decisamente cambiata, ma le donne fanno sempre più fatica.

 

Io sono fra le fortunate perché i miei migliori fan sono mio marito ed i nostri tre figli.

Ed ora c’è Alberto e c’è Asia! Evviva! Vorrei farcela  anche solo per poter ricambiare la loro fiducia e pazienza. Grazie tesori, non sarei nulla senza di voi, voi siete me ed io sono voi, noi ci amiamo e siamo delle splendide, reali e viventi opere d’arte!

Noi siamo vera arte contemporanea! Il resto, spesso, mi appare falso. Spesso, ma senza spessore.

Falsamente vero o veritabilmente falso.

Falsamente spesso. Spessamente falso.

 

 


 

E così siamo qui:

 

ho spedito con un corriere internazionale cinque miei dipinti che la Galleria aveva scelto dopo averne visionati almeno una trentina del mio portfolio e non prima d’essere stata a Brera, all’ufficio esportazioni opere d’arte, per avere il visto necessario.

Ho prenotato con Giò la settimana che corrispondeva al periodo dell’inaugurazione, la mostra in effetti è rimasta esposta per una ventina di giorni.

Et voilà, l’avreste detto, che bella soddisfazione vedere il mio nome accanto ai miei dipinti in una bella galleria  a  Chelsea District, su, su, sputatemi addosso, certo non si tratta né della  Paula Cooper Gallery, né della Gladstone Gallery e nemmeno della Matthew Marks Gallery, semplicemente si chiama Agora Gallery ed è sita in una bella palazzina su due piani,  in mattoncini rossi, tipica del luogo. E’ gestita da un gruppo di sole donne, ragazze giovani, molto preparate,  dirette da una signora con una certa esperienza. Una Galleria fra le duecentocinquanta presenti in questa zona di Manhattan.

Oggi è così, non siamo più agli inizi del Novecento dove alcuni ricchi galleristi si prendevano “a cuore “ alcuni artisti. Oggi siamo a milioni a “creare” ed ognuno cerca di trovare il proprio spazio, cercando di promuoversi personalmente. Io amerei farlo senza sgomitare e senza uccidere nessuno, se devo arrivare, arriverò, altrimenti in Provenza mi ritirerò.

Ho risposto alla chiamata “amaracana” perché mi è parsa un’opportunità interessante. Certo è che di impegno ne ho messo,  ne metto e ne metterò molto perché, ridete pure a crepapelle da crepare di risate, nella mia pittura io ci credo veramente, così come credo che la mia Opificina Pittorica sita in questa Valle di lacrime che è la Valle Brembana, sia un meraviglioso luogo dell’anima, dove io,  dipingendo, in qualche modo, prego... per un futuro migliore, mio e di molti altri, dove la cultura sia tenuta in alta considerazione perché non si vive di solo pane e di soli euro.

 

 


 

Allora? Ti sei sfogata?

 

No, è che oggi, giovedì pomeriggio, tre aprile, ore diciotto, c’è l’inaugurazione: moltissima gente, artisti giapponesi, francesi, svizzeri, vicino a me un bel ragazzo cubano e poi un messicano ed un canadese. Cosa sperare di più. Che bell’internazionalismo! Lo dico sempre che l’arte salverà il mondo! Acqua San Pellegrino in pole position, discorso e video, inaugurazione classica. Molti complimenti, auguri, felicitazioni, ma sì dai, anche Federico è divertito. Io sono contenta, è una bella botta di fiducia in se stessi.

 

La nostra collettiva si chiama: “Pulse of Astraction”, ma non viene presentata solo questa mostra.

Un’altra parallela si chiama “”Synchronicity” ed un’altra ancora al piano superiore “Sensorial Perspectives”,  praticamente solo qui in Agora Gallery, venticinque artisti con almeno cinque opere ognuno.

 

Alcuni lavori sono effettivamente molto interessanti, mi piace Luca Viapiana con la sua tecnica di dipingere sopra uno strato di scontrini fiscali rigorosamente di un’unica persona. Mi piace molto la francese Marie Gailland ed il fotografo Scott Forsyth, canadese.

In un’altra parte della Galleria sono esposte opere di asiatici in una collettiva chiamata “East meets west” con ancora otto artisti, soprattutto donne. Io simpatizzo con un giovane giapponese, come riusciamo ad intenderci è un vero mistero, sono certa che ci abbia messo lo zampino lo spirito Zen… che non ha nulla a che fare con le corna del nostro diavolo… quest’ultimo avrebbe fatto di tutto per allontanarci, cattivo Faust occidentale!

Facciamo entrambi una fotografia davanti ai nostri dipinti… guardando ora la fotografia, pare di vedere una figura… un figurante… ahahah…

 

Scambio due parole con il ragazzo cubano che è qui con tutta la famiglia, si chiama Alejandro Tejeda Mora e mi dice che fa il pittore di professione con un atelier proprio all’ Avana. E’ un ritrattista, figurativo, tecnica perfetta.

Altra pittrice interessante è Karen Keil Brown che realizza paesaggi alla Turner. Belli davvero i suoi dipinti, piacciono anche a Giò.

Girovagando per il quartiere  mi rendo ben conto che se la mia Opificina fosse qui, potrei senz’altro vivere di arte;  il quartiere è tranquillo, ma molto frequentato, con molte art gallery ricavate in scantinati e magazzini o in vecchi edifici a mattoni  rossi con le caratteristiche scale esterne per i pompieri… o per i ladri.

Molti alberi e addirittura una vecchia linea ferroviaria trasformata in giardino sospeso, molto frequentata per passeggiate bohémien.

Ah che sognatrice inde…fessa!

 

Scusa, ma ti ho ferito? Forse che faccio del male a qualcuno? Non ti piace la mia pittura? Preferisci Raffaello? Scusa, guarda che quello della Sistina è Michelangelo…non sestina, Sistina… Papa Sisto quarto. Ci fai o ci sei? Ma dai! Comunque, non prendertela e  spostati un attimo, il mondo è così grande e variegato! Preferisci vedere che una mela è una mela e che un ritratto è perfettamente dipinto ad olio come una fotografia? Benissimo, sono d’accordo, però scusa, spostati un attimo, ho un’idea da realizzare prima di crepare!

Dai, te l’ ho chiesto gentilmente, non fare l’artista egoista malato di protagonismo che è bravo solo lui e gli altri non contano niente, sii largo di vedute, lungi-mirante, mirante… lungi… da me, uno come te.

 

Voglio qui ricordare la mia insegnante di Storia dell’Arte, professoressa  Saibene, la meravigliosa donna che ha risvegliato in me l’amore per la pittura; è vero che diventiamo ciò che siamo e alla fine conosciamo cose che sono già dentro di noi e che “il destino”, “il fato”, “la ferramenta”, portano alla luce…

 

 


 

Bello, bello, il mio dipinto intitolato “Soffio Vitale”, dovrei forse brevettare quel blue che appare in molti dei miei lavori?

 

C’è già un brevetto di un blue, quello di Klein, cara, tutto è già stato inventato, renditi conto che la tua pittura non aggiunge nulla a ciò che è già stato creato. La parola che si ripete è già… già, già… giaraggiaggià!

Inoltre, tieni presente che l’arte contemporanea è “fuori quadro” e sai bene cosa vuol dire! Tu hai questa passione sfrenata per i colori, ma dirigendola sulla tela risulti ormai sorpassata, dovresti pensare “ altro”.

Ma vivi, vivi pure nell’illusione perché devi “ compierti” fino in fondo ed hai un grande bisogno di speranza e alla fine fare ciò che piace rende felici. E tu, quando dipingi, lo sei. Che fortuna!

Stasera è il caso di festeggiare in un bel ristorantino. Federico ha già espresso il suo parere, è a Mc  Donald ‘s che dovremo festeggiare. Lo accontentiamo, del resto, si può fare, non è mai stato insistente, anzi, ha davvero partecipato, grande il nostro tesoro…sì, quasi uno e novantotto…

La sera, a letto, ripercorro con la mente la bella serata.

Sì sono felice, ne è valsa la pena.

Riprendo in mano Conrad: “Destino. Il mio destino! Che cosa stramba è la vita, questa disposizione misteriosa di logica per un futile scopo. Il massimo che si possa sperare di trarne è una certa conoscenza di noi stessi che giunge troppo tardi, un mucchio di inestinguibili rimpianti… la vita è un enigma ancora più grande di quanto alcuni di noi non credano…”Aiuto, qui c’è da meditare tutta la notte, ma il sonno ha il sopravvento e comincio dolcemente a sprofondare nell’assenza totale di me.

Che piacevole sensazione! Conrad… Conrad…

 

Per l’indomani, venerdì, programmiamo una giornata di passeggio e di passaggio.

Sabato prenderemo l’aereo del ritorno.

La puntatina in Wall Strett è necessaria per fare la fotografia portafortuna toccando le palle del toro di bronzo… le sue non gli vanno per nulla strette… Siamo nel centro finanziario del pianeta terra, qui c’è la sede della Borsa americana, qui si può affondare o volare, qui si compiono cose che noi mortali non siamo in grado di comprendere.

Proseguiamo con un po’ di shopping, qualche maglietta la compreremo.

Solo quelle? E dire che c’è chi parte dall’Europa con le valigie vuote per ritornare che sono piene di generi vari, dai jeans all’elettronica.

Noi aspettiamo che il toro scateni la sua influenza, naturalmente anche per aiutare Medici Senza Frontiere che di sicuro non hanno i miei grilli per la testa e dai, ma sì, anche per dare una mano alla mia ditta che la crisi morde ed io mi sento tutta “sgagnata”.

Comunque vada, il richiamo dell’antirabbica l’ ho fatto.

 

 


 

Eccoci nel mega negozio Lego con in vetrina il Rockefeller Center e tutti i ventuno grattacieli a mattoncini grigi poi nel negozio dell’Hard Rock e in quello incredibile della Apple, praticamente un paese sotterraneo dove brulicano migliaia di persone indaffarate intorno a centinaia di computer. Contiamo almeno dodici  negozi I love New York, tutti uguali e finiamo nel mega centro dei giocatori del Basket americano con certe divise dalle taglie impressionanti, pantaloncini lunghi un metro e scarpe taglia quarantotto dei New York Knicks o dei Chicago Bulls.

 

Infine, foto ricordo di Federico presso gli  M&M’S fra quintali di confettini colorati dentro altissimi silos.

 

Qui a Time Square ti mostrano la facciata di diamanti, ma quanta miseria abbiamo notato in metropolitana alla fermata di certe stazioni. In generale, la sensazione è che anche qui la classe media si stia impoverendo assai e che i ricchi sghignazzino.

Per esistere in questa megalopoli devi avere un buon lavoro, il tuo giro di amicizie, ritagliarti una tua vita sociale e non farti prendere dal panico. Uno, nessuno,  centomila… ma comunque sono riflessioni alquanto superficiali, come se non ci fosse tanta solitudine e disperazione anche nei nostri paesi. Si vive vicini, ma non si sa dell’altro… il buon lavoro… il giro di amicizie. Le profondità rimangono nascoste ed inaccessibili perché ci sono le apparenze, le convenzioni sociali, alcuni pensieri profondi non si possono confessare. Gli avvenimenti spesso prendono certe  pieghe contro la nostra volontà, trascinati dal caso, spinti da una forza che ignoriamo, procediamo come a tentoni, sempre sperando, sperando.

Ci si incontra, ciao, come va,  si campa, potrebbe andare meglio, chissà, vedremo… poche confidenze perché è così, non c’è tempo, non c’è fiducia, non c’è quello che dovrebbe esserci. Qui è come dappertutto, Quasimodo, Pirandello, Whitman… è l’opera omnia della vita umana, solo un volume diverso, altro capitolo.

Oggi, che sto scrivendo nella mia Opificina, dove non è entrato un cane, (ma in compenso ho fotografato un bellissimo scorpione marrone dorato sul muro bianco, meraviglia della natura!) potrei pensare d’essere a New York o a Parigi o a Berlino o a Marsiglia.

Fra dieci minuti ritirerò il mio cartello, chiuderò e me ne tornerò a casa. Avrei fatto così in qualsiasi altro luogo.

 

 


 

E’ il mio io che si sposta, sono i miei pensieri che attraversano la società e l’ambiente, gli altri fanno lo stesso e  difficilmente ci si incontra, nel senso pieno della parola, nel senso del contatto del pensiero  e delle emozioni. E’ strano, ma spesso mi capita d’essere più profondamente vicino ad alcuni personaggi dei libri che leggo e penso sempre che dai, non sono sola con i miei stupidi pensieri. Devo dire che New York t’invita a meditare sull’esistenza, almeno a quelli come noi, assidui lettori,  amanti, sognatori.

 

State già pensando che non vi ho parlato di Harlem e di Brooklin  e di Little Italy e di Soho e di Tribeca e di Nolita: ma è per invitarvi a volare  a New York così si potrà aggiungere qualche pagina a questo semplice scritto.

Ci sarà una prossima volta. Oppure non ci sarà, alla fine è lo stesso, sarà quel che sarà.

 

Mi va di chiudere qui questa settimana, mi va di non  parlare d’altro.

In questo mese di giugno, il ventuno, solstizio d’estate e San Luigi Gonzaga, se n’è andata nostra madre,  l’ostetrica Meraviglia Martani, vedova Busi da trentacinque anni. Non ha partecipato quando ho aperto l’Opificina e neppure delle  mie avventure pittoriche in Italia e oltreoceano s’è interessata.

Se n’è andata senza dirmi ciao, in fin dei conti, si è assentata dalla vita senza dare spiegazioni.

E’ volata via sul suo tappeto, stavolta per non ritornare mai più.

Cara mamma, l’America non mi ha particolarmente stregata, sai bene che amo le città mediterranee in particolare quella dal cui porto si scorge Chateau d’If, ma anche New York è affascinante perché è bella la vita in generale e sono belle le persone come sei stata tu, che attraversano la propria esistenza con passione, senza inciampare nelle banalità dell’avere, ma coltivando con forza e coraggio la felicità dell’essere.

Ed anche la città di New York, in fin dei conti, non si può dire che non sia!

http://www.nunziabusi.it