Il Cacciavite Edizioni

Una settimana a New York

(smArt Opificina Pittorica)

Nunzia Busi

 

Quindi?

Una settimana a New York? E vuoi sapere perché?

Ma sì, per vedere l’esposizione dei miei dipinti in una delle centinaia di Gallerie di Manhattan. Davvero? Sì, davvero, davvero… Un’illusione condita di realtà. Cioè, scusa, ancora quella storia che trascini da anni, di cambiar vita, di andare a stare altrove, di scordarti del lavoro che fai eccetera, eccetera? Allora sei malata! Dopo appena trentacinque anni, ancora questa tiritera infantile? O poveri noi…

Quindi hai approfittato per fare un viaggio con Giò e Federico…e li avresti fatti tornare da soli? Ma dai?  Vivere a New York! Tu! Non farmi ridere!

Va bene, sei ritornata, hai degli impegni ancora e sempre e da sempre con la tua famiglia d’origine e con le banche, anzi non avresti mai creduto che le tue palle…ai piedi… si sarebbero strette ancora di più, incatenate ad una crisi di cui non si vede la fine… ma dai, dai, lavorare bisogna nella vita, dovevi pensarci prima e sceglierti un’occupazione diversa.

Non so, per esempio fare il Medico Senza Frontiere, imparare tre o quattro lingue, girare il mondo dando una mano a quelle persone che la nostra civiltà progredita mantiene in miseria e malattia per avere poi la soddisfazione di organizzare meeting sulla fame nel mondo ed esposizioni universali intitolate “nutrire il pianeta”… allora sì che avresti capito qualcosa di più della vita che “indossi” e finiamola, batti sempre lo stesso chiodo trentennale!

Ma poi, al punto in cui sei, è importante?

Non sei un’artista tu? Non voli alto tu?

Sì, sì, infatti per volare a New York tredicimila metri di quota con quei bravi ragazzi degli Emirates, così pieni di tutto e apparentemente soddisfatti, avanti e indietro dagli States con le loro belle hostess in divisa beige e rosso con tanto di cappellino e velo che scende ai lati del viso; davvero affascinanti queste donne dagli occhi come nere perle ed i capelli come piume di falchi, uccelli che i loro uomini adorano tenere sul proprio polso come un prezioso Rolex.

Sì, sì, tredicimila metri, andando, tornando e sperando di ritornare, perché in fin dei conti, questo viaggio, non è stata che una toccata e fuga. Le nostre figlie avrebbero voluto accompagnarci, eccome se avrebbero voluto, i giovani adorano New York.

Ci saranno altre occasioni perché… io dipingerò… e loro  eventualmente seguiranno le pubbliche relazioni, viaggi a New York compresi, mentre io me ne andrò  in Provenza… ahahah… con Giò ed i nipoti, se vorranno venire, ma sì che lo vorranno…sole, mare, tranquillità, pittura, letteratura, grandi dormite, sognando, ancora e sempre finché morte non ci separi.

Quindi, riprendendo il discorso, il ventinove marzo alle ore diciannove siamo ufficialmente entrati negli States con tanto d’impronte digitali delle dieci dita delle mani, con particolare attenzione ai pollici e con foto segnaletica accompagnata da un questionario in cui dichiariamo che non siamo assolutamente terroristi, almeno nel senso letterale della parola. No, davvero, non siamo terroristi.

Eccoci all’aeroporto John Kennedy, belle le sculture in bassorilievo che raccontano la storia della più grande metropoli del mondo, ma, occhio, guarda dove vai, c’è da ritirare i bagagli oppure sei già confusa e sperduta fra gli otto milioni di abitanti newyorkesi? Federico è attento, ecco i nostri trolley azzurri metallizzati ed il suo mini trolley bianco, ereditato da Cecilia dove in un angolo c’è ancora la scritta Valencia 2010. Usciamo dall’aeroporto, piove. Cerchiamo il bus navetta che ci deve portare all’hotel dove pernotteremo questa prima notte.

 

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